Storia dell’azienda Ansuini “ Artigiani orafi”

Lo spirito di “ Ansuini 1860 ”

“Oggetti unici per clienti unici”

Nella fretta che regna sovrana sopra la città, nell’aria trafitta dal rumore e dallo smog, Roma continua a brillare per la sua storia e la sua arte, resiste nei volti che popolano i rioni del centro, nonostante una società sempre più dominata dalle macchine, dove – sull’onda dei collegamenti via computer – il mondo si fa ogni giorno più piccolo ed uguale da un angolo all’altro dei continenti. Ma il fascino particolare della capitale non è solo nei monumenti e nei musei, si moltiplica grazie al lavoro e alla tradizione mantenuta viva dalle famiglie di artigiani, pazienti cultori della manualità e della bellezza che si spande da ogni oggetto, quando si abbia la capacità di intuirla e poi di vederla, e infine di realizzarla con quell’amore antico che però non dimentica mai l’attenzione per la novità. L’arte applicata al lavoro, insomma, come si tramanda con pazienza da oltre un secolo nella famiglia Ansuini, che dal 1860, nella Roma barocca, cominciando a piazza Navona, fino a stabilirsi poi nell’attuale negozio di corso Vittorio Emanuele, a palazzo Massimo, crea gioielli di raffinata fattura, con pietre preziose tagliate e montate “su misura” per ogni cliente, senza la pretesa di condizionare ogni potenziale compratore ad un gusto per un oggetto o per l’altro, per un taglio particolare o per una predeterminata soluzione.

Ogni oggetto è un pezzo unico, firmato, che nasce dalla cura e dalla ricerca della qualità, dall’impegno quotidiano nel seguire ed accontentare le esigenze ed i gusti di ciascun acquirente. Si montano anelli, si creano gioielli, preziosa argenteria, monili, suppellettili in grazie ad un colloquio discreto ma attento con clienti ormai affezionati da generazioni, o con chi compra per la prima volta, coloro venuti magari da oltreoceano per trovare il modo di poter portare con sé ogni giorno un oggetto unico o per chi ha voglia di qualcosa di bello, di qualcosa che possa valere per sempre, reso ancor più prezioso da quel tocco particolare dell’ Artigianato Italiano di Ansuini 1860.

Giovanni Ansuini: orafo e artista

Lo spirito rimane dunque, a quasi duecento anni di distanza, lo stesso che animò all’inizio del secolo scorso, secondo i racconti che sono stati tramandati nella famiglia, quel giovane forse un po’ scapestrato ma geniale che fu Giovanni Ansuini. Un ragazzo bruno dallo sguardo attento e vivace che non ne volle sapere di seguire il noioso, anche se sicuro, sentiero che il padre aveva tracciato per lui, e che disegnò invece per primo il suo futuro e quello dei suoi discendenti nel mondo dell’artigianato orafo.

Il padre di Giovanni era un membro dell’ordine giudiziario laico del Tribunale della basilica di San Giovanni, e passava la vita a curare l’amministrazione delle terre di proprietà del duca Caetani nella zona di Vetralla, preso Viterbo. Un giorno, mentre si lavorava per rendere più moderno il sistema idrico di uno dei campi, vennero alla luce alcune suppellettili etrusche di pregiata fattura. L’amministratore Ansuini seppe curare il recupero degli oggetti con tanta cura e precisione che il duca ne rimase entusiasta. Nulla per il nobile, infatti, contava in di più che raccogliere e spolverare antichi “cocci” – ma anche vere e proprie statue preziose, e gioielli, e oggetti funerari – che la sua

terra restituiva di tanto in tanto, a ricordo di una civiltà misteriosa ed affascinante. Il vecchio Ansuini lavorò per mesi al recupero degli oggetti etruschi, e il suo stesso interesse per quella nuova occupazione crebbe così tanto e dette tali positivi risultati che il duca Caetani si convinse ad affidare a lui la direzione di tutte le operazioni riguardanti gli scavi nella zona della Tuscia. Senza saperlo e senza volerlo, fu dunque proprio il padre, che sognava per Giovanni una carriera amministrativa simile alla sua, a far sì che si potessero sprigionare nel figlio la curiosità e la passione per gli oggetti preziosi. Giovanni cominciò allora, mostrando un imprevedibile entusiasmo, a seguire il genitore in ogni sopralluogo. Prendeva fra le mani gli oggetti rinvenuti, li scrutava a lungo, li consegnava scrupolosamente nelle mani degli artigiani addetti a ripulirli e a restaurarli, osservava per ore il loro lavoro. Il suo interesse e il suo fervore giovanile zampillarono negli ambienti degli artisti che frequentavano la cerchia del duca, e cominciò a rendersi esperto nel catalogare i reperti, nel saperli riconoscere, e pian piano iniziò ad apprendere i primi rudimenti dell’ arte del restauro e anche di quella della ricostruzione e della riproduzione dei preziosi. Fu “allievo” dello stesso duca, con il quale trascorreva lunghe giornate per imparare a riconoscere con la lente ogni piccolo particolare che poteva distinguere, nonostante gli anni di dimenticanza e di abbandono, il logorio del tempo e degli agenti atmosferici, uno stile dall’altro, un monile adatto a questa o a quella classe sociale, un oggetto di culto da un semplice quanto necessario strumento di uso quotidiano.

Fu sempre seguendo i passi del nobile romano, che Giovanni incontrò i fratelli Castellani, famosi orafi la cui collezione di preziosi è oggi custodita nel museo nazionale Etrusco di Villa Giulia. Sotto la loro guida strappò tutti i segreti del mestiere che tanto lo affascinava. Imparò a restaurare e a restituire all’antico splendore, per quanto era possibile senza snaturarli, i pezzi etruschi, così come a lavorare i metalli e le pietre preziose per costruire nuovi oggetti di valore, seguendo, oltre alle direttive dei famosi orefici romani, il volo del proprio gusto e della propria fantasia. Il duca Caetani, noto in tutta Italia ed anche all’estero per a sua fama di studioso della civiltà degli Etruschi, divenne nel frattempo il promotore e il garante dell’arte proposta in particolare da Giuliano Castellani, anch’egli a quell’epoca giovane orafo dall’indiscutibile talento, che introdusse per primo in gioielleria il cosiddetto “stile imperiale”. Questo stile si ispirava agli antichi oggetti etruschi e romani, a volte ne era soltanto un’imitazione, ma più spesso ne rinnovava le forme con grazia ed abilità.

Fu così che anche Giovanni, che ormai era assiduo alla bottega Castellani, fu proiettato in un ambiente artistico dal sapore internazionale. A quell’epoca era ormai capace di lavorare da solo. Aveva osservato per anni, giorno dopo giorno, ogni particolare dell’arte e del lavoro, aveva approfondito lo studio dei cataloghi.

Ma la bottega dei Castellani racchiudeva ai suoi occhi un gioiello del tutto speciale, che nessuna riproduzione avrebbe potuto sostituire e nessuna tecnica applicata ai materiali più preziosi avrebbe mai eguagliato nella perfezione. Giovanni, fra le colate d’oro del laboratorio, aveva trovato l’amore e la felicità nello sguardo di una giovane romana che lavorava presso i famosi artigiani capitolini.

L’occasione di una scelta

Erano anni particolari, per l’Italia e per il resto d’Europa, e a Roma fervevano le speranze di rinnovamento e di giustizia sociale che solo in piccola parte 1’ascesa al soglio pontificio del cardinale Giovanni Mastai Ferretti, con il nome di Pio IX, nel 1846, sembrava aver soddisfatto. E se proprio Pio IX, che salendo sul trono di Pietro aveva sconfitto un candidato conservatore e concesso, tra le altre riforme, la libertà di stampa, era diventato in qualche modo il simbolo della nuova società da costruire, troppi erano però ancora i privilegi riservati a pochi, e troppo limitate le possibilità per tutti gli altri, in un mondo ormai in corso di rapide trasformazione sotto la spinta della Rivoluzione Industriale, nel quale cominciava a farsi sentire ormai sempre più insistente la richiesta di un “diritto alla libertà”. In quel clima di rivendicazioni sociali ed economiche, alimentato dalle idee dei patrioti che sognavano un’ Italia liberata ed unita, anche la città eterna insorse, e la sommossa culminò con l’uccisione del primo ministro dello Stato Pontificio. Il papa, mentre l’Urbe era percorsa dai venti della guerra civile, abbandonò San Pietro rifugiandosi a Gaeta, e all’inizio del 1849 fu proclamata la Repubblica Romana.

Era inevitabile, per un giovane ed intraprendente artigiano, formatosi culturalmente grazie agli insegnamenti del duca Caetani, sentirsi partecipe di tanto entusiasmo e del sogno di rinnovamento sociale e culturale che prendeva vita sotto la guida di un governo capeggiato da Giuseppe ‘Mazzini. Ma l’illusione durò poco, e Giovanni, dall’ombra delle barricate, finì sotto la luce che le indagini della polizia del restaurato Stato Pontificio conducevano su di lui, dopo che i francesi, nonostante la strenua resistenza popolare al Vascello, ai Quattro Venti e in tutta la zona del Gianicolo, riuscirono a piegare l’ondata rivoluzionaria restituendo la papa la città.

Fu costretto allora a rifugiarsi a Parigi per evitare le conseguenze di quella che, crescendo, avrebbe considerato solo una ragazzata, ma che bisognava dare il tempo di “dimenticare” alla giustizia pontificia. In una notte buia, dopo una rapida decisione in una concitata assemblea familiare, nascosto in un carro che percorreva la via Aurelia verso nord, cominciò il suo lungo periodo di esilio.

Questo triste episodio fu però forse l’occasione che consentì al capostipite degli orafi Ansuini di intuire con chiarezza il proprio destino e la propria vocazione.

L’anziano padre, con la sua professione di amministratore delle proprietà di un nobile, certo non poteva permettersi di mantenere un figlio nella capitale francese, e fu dunque necessario provvedere subito perché Giovanni potesse trovare un’occupazione oltralpe. E allora il giovane si rese conto, e con lui dovette ammetterlo anche il genitore, che nient’altro sapeva fare così bene da poter sperare di ottenere un impiego senza dovere elemosinare un favore, che lavorare metalli e pietre preziose, ripulire, restaurare e catalogare oggetti antichi. Insomma, Giovanni ormai era un orafo, nient’altro che un ottimo artigiano nel suo settore, e solo quello poteva e doveva dunque fare per vivere. Decisivo, ancora una volta, fu per lui l’interessamento del duca Caetani, che evidentemente intuiva, da buon mecenate ed amante delle arti, le indiscutibili qualità del ragazzo nonostante le sue intemperanze. Lavorò in più di un laboratorio orafo parigino, e, fra questi, ricorre il nome della nota oreficeria Chaumet.

Il giovane si applicava con passione nelle nuove botteghe francesi, ma non passava giorno che non sperasse di poter rientrare a Roma. In ogni lettera e tramite ogni possibile messaggero comunicava alla famiglia la sua speranza di poter tornare quanto prima nella città del papa. Ma ci vollero alcuni anni perché il suo caso potesse essere dimenticato, confuso fra le migliaia di pratiche che in quel periodo ingolfavano l’amministrazione della giustizia nello Stato Pontificio. Furono anni interessanti, a contatto con gli ambienti artistici della capitale d’ oltralpe, ma anche molto lunghi per il giovane. Troppo lunghi e lontani dal clima. e dalla vita spensierata fra i suoi affetti che aveva condotto a Roma, e dove, soprattutto, ogni ora era stata resa irripetibile dalla presenza di una romana che ancora l’aspettava.

Infine, come era già accaduto, la sua caparbietà mista a perseveranza ebbero la meglio su un destino di esule che gli stava troppo stretto, e, riuscendo ancora una volta a far intervenire per lui, nell’ombra, il duca Caetani, gli fu possibile rientrare nella città del papa re, nella quale, nel frattempo, la severa repressione dei primi tempi dopo la fine della Repubblica romana si era trasformata in una più benevola tolleranza.

Per il giovane orefice, comunque, il tempo delle ribellioni era passato. Egli puntava adesso a farsi una posizione come artigiano nella sua città, e gli fu facile tornare al lavoro sostenuto dalla sua esperienza nel settore orafo. Giovanni lavorò per qualche anno senza sosta, cercando di mettere da parte tutto il denaro che poteva, e, aprire una sua bottega, i cui i pregevoli manufatti erano ormai richiesti da tutte le corti d’Europa. Aprì cosi un laboratorio al primo piano di un palazzo a piazza Navona, era il 1860.

Fioccarono presto le prime soddisfazioni, e la clientela cominciò a premiare il coraggio del giovane che aveva tentato la fortuna, lanciandosi da solo in un’impresa che non era certo facile. Presto la sua arte e la sua inventiva, il suo amore per la precisione ed il raffinato cesello, la passione per una manualità capace di rendere “unica” nella sua accuratezza qualsiasi incisione, elevò la nuova bottega Ansuini tra i primi laboratori di oreficeria della città. La concorrenza non fece che acuire l’ingegno dell’intraprendente artigiano, che egli mai dimenticò di coltivare ascoltando le argomentazioni dotte e i consigli dell’ormai anziano duca Caetani. Realizzava gioielli soprattutto per la nuova nobiltà piovuta dal Piemonte, e, anche grazie al nuovo impulso economico che animava la vita di Roma, ormai capitale, riuscì presto a fare della piccola bottega un grande e moderno laboratorio di gioielleria.

Giovanni aveva finalmente coronato anche il suo sogno d’amore, ed ebbe numerosi figli Ma, come spesso accade, nonostante la sua pazienza e la sua passione versate senza indugio anche nel tentativo di trasmettere le proprie conoscenze ai ragazzi, soltanto Nicola (1871-1914) volle seguire le orme paterne. Si mostrò presto un capace apprendista, e per anni lavorò con il genitore a piazza Navona, contribuendo ad aumentare una clientela sempre più altolocata e soddisfatta dell’ingegno artistico e della precisione offerta dalla ditta Ansuini.

Venne quindi il giorno, era nel 1891, in cui Giovanni si sentì troppo stanco anche per sollevare la lente d’ingrandimento e sognare attraverso il vetro la storia delle colorate e preziose meraviglie che per anni, strappate alla terra, erano arrivate sul suo tavolo dopo essere rimaste per secoli nascoste al buio e sconosciute all’ingegno e alla fantasia degli esseri umani.

Da piazza Navona a corso Vittorio

Dopo la morte del padre, Nicola, come era in uso allora in una Roma che probabilmente non aveva i problemi di sovraffollamento di cui soffre oggi, cambiò casa e bottega. La famiglia si trasferì prima in via Zanardelli, al numero civico 11, e quindi, nel 1914, in corso Vittorio Emanuele II, dove ancora oggi, a Palazzo Massimo, ha sede l’oreficeria. Gli Ansuini conoscevano il principe Massimo, che aveva sposato Jolanda di Savoia, figlia del re, e ricopriva la carica di ministro delle poste al Vaticano, il quale era, come anche gli altri della sua casata, loro cliente. La nobile famiglia decise di affittare parte del palazzo su corso Vittorio, e Nicola prese uno spazio al piano terreno per la bottega e alcune stanze per l’abitazione, che fu sistemata al primo piano, e dove ogni giorno si apparecchiava la tavola per gli Ansuini e per tutti i loro dipendenti, che trascorrevano insieme il momento del pranzo. Il figlio di Giovanni continuò alacremente a lavorare riuscendo ad ingrandire l’attività, fino a meritarsi, come scriveva una rivista illustrata del periodo, la fama di “apprezzato fabbricante di “gioielleria e argenteria” a Roma, ma anche nel resto d’Italia e all’estero.

La Prima guerra mondiale era ormai alle porte, ed i disagi, le sofferenze nel sapere al fronte il suo unico figlio maschio, Gioacchino (1897-1962), spensero però l’entusiasmo e la vita di Nicola, che morì prima della fine del conflitto. Senza Nicola, e con l’erede costretto a combattere in trincea, la ditta Ansuini si trovò senza una guida adeguata, e perse l’occasione, in quegli anni, di un ulteriore ampliamento dell’attività. Al ritorno dai campi di battaglia, il ragazzo venticinquenne trovò la

bottega in una situazione ben diversa da come l’aveva lasciata. Al giovane sembrò, appena giunto sulla soglia del laboratorio e con ancora la divisa addosso, di essere passato, senza aver meritato nemmeno un momento di serenità, dall’incubo della mitraglia ad un altro brutto sogno. Oltre alla mancanza del genitore e alla sua guida sicura nell’arte e negli affari, Gioacchino scoprì che la guerra aveva ridotto di molto la clientela, che fino a pochi anni prima visitava affascinata i locali di palazzo Massimo, e la paura della recessione economica teneva gli aspiranti compratori lontano dai preziosi cataloghi degli Ansuini.

Fu un attimo di smarrimento che finì invece con il rafforzare la sua voglia di ricominciare e di rendere nuovamente fiorente l’attività che ormai era diventata una tradizione non soltanto per lui e la sua famiglia, ma per l’intera città. Così riprese a creare quei gioielli di stile antico che avevano lanciato nei salotti altolocati della capitale il nome di suo nonno, e allo stesso tempo non disdegnò di avvicinarsi alle nuove tendenze della moda che venivano da Londra e Parigi, che introducevano nella lavorazione delle gemme soluzioni di tipo geometrico. Questo doppio binario sul quale Gioacchino riorganizzò il lavoro al piano terreno di palazzo Massimo, decretò la definitiva affermazione della firma Ansuini: i giovani furono rapiti dalla moda straniera, portati da un vento di novità destinato a spazzare via le tristezze e le privazioni della guerra, mentre i più anziani delle nobili famiglie si orientavano ancora e con costanza verso lo stile classico, quello che, a loro modo di vedere, meglio rispecchiava il valore, certo non soltanto materiale, di un oggetto destinato a tramandarsi per sempre nella casata. Dai Borghese ai Massimo, ai Doria. E poi i Ruspoli, i Lancellotti, i Colonna, i Borghese. Tutte le famiglie blasonate di Roma varcavano, come continuano d’altronde a fare anche oggi, la porta della bottega di corso Vittorio Emanuele, che realizzò gioielli anche per Margherita e per Mafalda di Savoia e per Anna Odescalchi, figlia di Ladislao, che, negli anni Venti, accanto alle tre ville sul mare di proprietà della sua principesca famiglia, cominciò a realizzare l’abitato dell’attuale Ladispoli, a nord della capitale.

Il tesoro della Madonna di Loreto

Una delle più importanti realizzazioni dell’arte orafa degli artigiani romani è stata però certamente la ricostruzione del tesoro della Madonna di Loreto. L’incarico di ricostruire la preziosa raccolta, distrutta in un incendio nel 1921, giunse dalla Santa Sede nell’anno successivo, a ennesimo segnale della stima di cui godeva ormai la professionalità degli Ansuini. Oltre dieci orafi lavorarono senza interruzione per quasi un anno e mezzo, e, nel 1924, finalmente, consegnarono ai prelati gli oltre cinquecento pezzi di fine gioielleria che costituivano il nuovo tesoro.

Consegna del “Tesoro della Madonna di Loreto” -1924

La crisi degli anni Trenta non sfiorò dunque Gioacchino e la sua famiglia, ormai definitivamente consacrata, è il caso di dirlo, nel suo prestigio grazie al complicato e delicatissimo lavoro di ricostruzione dei preziosi gioielli dedicati alla Madonna.

L’abile gioielliere, però, non si lasciava distrarre. Nel 1929 ristrutturò completamente i locali (come sono tutt’ora) che aveva in affitto a palazzo Massimo, e continuò senza sosta a lavorare con lo stesso criterio che aveva scelto nei primi anni dopo il ritorno dalla guerra, quando decise di applicare quella formula che si rivelò vincente, che poneva, accanto ad oggetti classici e di stile antico, anche le novità provenienti dalle più diverse parti del mondo.

L’imperativo secondo il quale orientava il suo lavoro e quello dei suoi operai, era quello di seguire le mode, certo, e anche le realizzazioni classiche, naturalmente, ma senza mai perdere di vista 1’assoluta precisione nella manifattura e la più sobria eleganza nelle forme. Si riconsolidò in quegli anni anche l’attenzione per la clientela più giovane e più curiosa verso i cambiamenti, insieme a quell’attenzione minuziosa nel riuscire a cogliere e a realizzare i desideri dei clienti che da sempre era stata uno degli elementi che avevano contraddistinto l’arte degli Ansuini.

Trascorsi anche gli anni bui della Seconda Guerra Mondiale, l’attività dell’antica bottega artigiana ricevette dunque un ulteriore impulso di rinnovamento, pur senza mai dimenticare le antiche scelte che ne avevano costituito il nerbo e la fortuna.

La tradizione Ansuini oltre il Duemila

Negli anni Sessanta, Nicola (1917), oggi capostipite della famiglia, figlio di Gioacchino, prende le redini dell’azienda e la ingrandisce ulteriormente. Nell’ ufficio aperto ad Anversa, sulla Pelikaan Straat, cura personalmente la scelta dei brillanti, e al tempo stesso stipula accordi commerciali per l’acquisto di smeraldi dai proprietari delle miniere della Colombia. L’attività internazionale si moltiplica, e Nicola continua a trascorrere buona parte della sua vita all’estero, per valutare ed acquistare pietre preziose e metalli, e per proporre le realizzazioni del suo laboratorio agli estimatori di tutto il mondo.

Il suo cuore, naturalmente, resta a Roma, dove nel frattempo amplia i locali di palazzo Massimo, così da poter assicurare una maggiore tranquillità nel mostrare ai clienti i preziosi, e consentire una più completa attenzione nel cercare di interpretarne i gusti e le esigenze. Lo stile Ansuini, infatti, non è cambiato negli anni. Al primo posto resta la necessità di accontentare il cliente, il tentativo di spronarne il gusto e la fantasia alla ricerca dell’oggetto più adatto all’occasione che di volta in volta lo spinge a varcare il portone dell’ormai notissima gioielleria capitolina.

E’ questo che da sempre si chiama Assistenza Ansuini”, una specie di gioiello invisibile ma anch’esso di grande valore, una garanzia ormai più che centenaria, che si porta a casa insieme all’ornamento che è stato scelto.

Tale importante qualità nasce anche dalla capacità dell’impresa familiare di stabilire uno stretto rapporto personale di stima, rispetto e professionalità che lega ogni componente della piccola comunità di lavoro: responsabili, collaboratori, orafi.

Guardate il vostro nuovo gioiello ancora un po’, è fatto per essere ammirato. Ogni dettaglio è stato curato con amore da uno degli artigiani che lavorano nel moderno laboratorio voluto da Nicola, la pietra non teme confronti. Tutte le pietre lavorate nella bottega Ansuini sono di prima qualità. E poi c’è la firma, ancora una volta a sigillo dell’unicità dell’oggetto che state osservando.

In un guizzo di luce, tra la meraviglia della natura resa splendida dalle mani dell’uomo, coglierete forse il sorriso di Giovanni, il simbolo di un’arte irripetibile.

Dagli anni ’90, Giuliano (1949), figlio di Nicola, integra l’attività dell’impresa orafa familiare, si incrementano anche i contatti con il network esterno nazionale ed internazionale dei produttori e fornitori.

La gioielleria Ansuini viene riconosciuta storica dal Sindaco di Roma nel 1994 e partecipa alle mostre dell’oreficeria e gioielleria in Italia e all’estero.

Giuliano Ansuini, nominato Cavaliere del Commercio (Roma 2008) nell’ambito della politica promozionale voluta dai Sindaci di Roma, si trova, nel corso degli anni, ad affrontare le diverse e ben note crisi economiche dalla guerra nei Balcani, al Kuwait, fino alla terribile apertura del nuovo millennio con la caduta, nel 2001, delle Torri Gemelle a New York e alla più recente drammatica crisi finanziaria dal settembre 2008.

Avvenimenti che hanno reso molto più difficili la gestione delle aziende, specie nelle piccole imprese artigianali a conduzione familiare. E’ rimasta invece invariata la tradizione della gioielleria Ansuini, portata avanti negli anni anche da Giuliano: il grande e stretto rapporto maturato nel corso del tempo, tra questa famiglia di gioiellieri e le famiglie di Roma. Conoscenze tra i nonni, tramandate dai figli ai nipoti. In altri termini la cura e l’attenzione per ogni cliente nella scelta e realizzazione dei preziosi, espressione dei momenti più significativi e importanti delle singole vite, insieme alla serietà professionale, esercitata da più di 150 anni. Dal 2010 Giuliano Ansuini è il Presidente dell’ ARRO (Associazione Romana Regionale Orafi), associata alla Confcommercio, circa 600 aziende nella Regione Lazio,

Dal gennaio del 2009, l’amministratore unico della Gioielleria Ansuini (ragione sociale Corso Vittorio srl), ristrutturatasi per motivi di successione e di nuovo assetto delle quote sociali è il giovane figlio di Giuliano, Nicola Ansuini, laureato in Scienze economiche e commerciali. Con la sorella Ginevra rappresentano la sesta generazione della famiglia. Insieme affiancano il padre Giuliano con l’obiettivo di creare nuovi mercati e mostrare, anche attraverso il mondo tecnologico, l’unicità dei gioielli Ansuini, dove tradizione, gusto e arte si fondono con perfetta armonia.

L’azienda Ansuini, come molte imprese italiane, è oggi impegnata nel trovare nuove strategie organizzative e orizzonti di mercato mostre, incontri, contatti si stanno sviluppando guardando agli Stati Uniti d’America, alla Russia e alla Cina, insieme agli altri paesi del BRIC.

La storia della “bottega artigiana” apre dunque un nuovo capitolo dove ognuno continuerà a contribuire alla sua evoluzione con le proprie capacità e innovazioni.